Antipolitica e status quo sono i vizi congeniti di un padronato debole

Il premier Mario Monti non è l’incarnazione italiana di Margaret Thatcher, ha scritto ieri il Wall Street Journal. Quel che il quotidiano americano dimentica di dire, però, è che la Lady di ferro dovette scontrarsi con il solo Arthur Scargill, leader sindacale dei minatori, mentre qualunque inquilino di Palazzo Chigi fronteggia oggi un mostro conservatore a due teste, Cgil da una parte e Confindustria dall’altra.
7 APR 12
Ultimo aggiornamento: 13:45 | 16 AGO 20
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Il premier Mario Monti non è l’incarnazione italiana di Margaret Thatcher, ha scritto ieri il Wall Street Journal. Quel che il quotidiano americano dimentica di dire, però, è che la Lady di ferro dovette scontrarsi con il solo Arthur Scargill, leader sindacale dei minatori, mentre qualunque inquilino di Palazzo Chigi fronteggia oggi un mostro conservatore a due teste, Cgil da una parte e Confindustria dall’altra. In queste ore infatti Emma Marcegaglia, presidente uscente di Viale dell’Astronomia, potrà pure atteggiarsi a inflessibile mercatista – definendo “very bad” il ddl governativo sul lavoro quando parla al Financial Times – ma difficilmente riuscirà a celare le molte contraddizioni degli industriali organizzati.
La prima tra le tante l’ha sottolineata venerdì il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che in un’intervista alla Stampa ha parlato di “teatrino delle parti sociali” per commentare l’uscita critica della Marcegaglia e poi si è rivolta così agli imprenditori: “Sembrano far finta di non vedere le cose che hanno portato a casa”. Non poco, effettivamente, pur ammettendo che sulla libertà di licenziamento si poteva osare di più: scomparsa dell’obbligo di motivare il primo contratto a termine; aumento del numero di apprendisti che sarà possibile assumere in rapporto al numero di lavoratori; stretta sulle false partite Iva rimandata di un anno. Poi c’è quello che Marcegaglia ha incassato e che Fornero ha il pudore di non ricordare: il progetto originario di riforma degli ammortizzatori sociali prevedeva infatti il superamento della cassa integrazione guadagni (Cig) a favore di un sistema più universale di sostegno al reddito dei disoccupati. Eppure nel ddl restano in piedi la Cig e la Cig straordinaria. La cassaintegrazione, seppur finanziata in base a criteri mutualistici, ovvero con contributi di imprese e dipendenti, finisce per scaricarsi sul costo del lavoro, uno dei più alti in Europa (a fronte dei salari più bassi). Agli industriali questo ammortizzatore conviene: infatti anestetizzare il processo di “distruzione creativa”, sostenendo per anni imprese decotte in accordo politico con i sindacati, è una tentazione dura a morire in Viale dell’Astronomia.
Una seconda contraddizione è quella che emerge dai toni inusitatamente categorici scelti da Marcegaglia per criticare la riforma Monti-Fornero, giudicata poco incisiva nel modificare l’articolo 18 e nel consentire maggiore libertà di licenziare. Marcegaglia&Co. oggi criticano il “compromesso al ribasso” deciso da governo e partiti politici, eppure gli stessi industriali hanno fatto certamente peggio tutte le volte che è toccato a loro affrontare in prima persona l’opposizione sindacale. Nel settembre 2011, per esempio, il governo Berlusconi approvò una norma per decentrare le relazioni industriali. L’ormai celebre articolo 8 prevedeva che non la legge, ma le sole intese raggiunte tra singole imprese e sindacati potessero derogare ai contratti nazionali e, entro limiti precisi, allo Statuto dei lavoratori. L’ad di Fiat Sergio Marchionne, impegnato allora come oggi nel rendere più funzionali i suoi stabilimenti italiani, salutò senza timori l’articolo 8 perché avrebbe accresciuto la produttività in fabbrica. La grande stampa borghese invece si mostrò decisamente imbarazzata: gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi pubblicarono su un sito specializzato, e non come al solito sul Corriere della Sera, il loro endorsement della norma governativa. Marcegaglia, da parte sua, si affrettò a farsi fotografare con la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, giurando che mai e poi mai imprenditori e sindacati avrebbero fatto ricorso alle deroghe rese possibili. (E il successore di Emma, Giorgio Squinzi, non è da meno, fautore – come sembra – più della “pace sociale” che del “profitto”).
Dalla cappa conservatrice non si salvò nemmeno lo scalpitante Luca Cordero di Montezemolo, predecessore di Marcegaglia a Viale dell’Astronomia. Attraverso il suo think tank Italia Futura, parlò di “misura sbagliata”: “Il paese ha bisogno di riforme che uniscano”. Curiosamente la necessità di “unire” pare oggi meno necessaria, e così i montezemoliani – da Andrea Romano al senatore Nicola Rossi, passando per gli animatori del sito web di Italia Futura – sono tra i più veementi oppositori del nuovo ddl lavoro, giudicato troppo “soft”. Ma in ambienti governativi il sospetto è che Marcegaglia e soci, più che dal merito delle misure, siano allarmati dal superamento della concertazione. Il primato degli interessi generali e delle istituzioni democratiche rispetto ai veti delle parti sociali, in Italia, non si è mai portato. Monti lo sa, per questo ha risposto in maniera quasi sprezzante alla nuova moda dell’antipolitica made in Confindustria.